Filosofia medievale

Questo testo è una condensazione della parte introduttiva alla filosofia medievale del manuale ‘Filosofia cultura cittadinanza’, unità sul medioevo .

L’ autore del testo originale  è Stefano Simonetta dell’Università Statale di Milano.

Astrologi medievali e geometri al lavoro
Astronomi e geometri medievali al lavoro

Le origini del cristianesimo e la filosofia

Durante la tarda antichità (III-IV sec.) il clima di insicurezza determinato dalla invasioni barbariche e dalle numerose guerre civili favorì il diffondersi del cristianesimo in Europa.

Dopo un alternarsi di periodi di tolleranza e di persecuzione, con l’editto di Costantino (313) i cristiano ottengono libertà di culto, e con l’editto di Teodosio (380) il cristianesimo diventa religione ufficiale dello stato.

Testimoni di quest’epoca sono i vescovi Ambrogio, Basilio di Cesarea e Agostino di Ippona.

Il sovvertimento ideologico rappresentato dal cristianesimo contribuisce, insieme alla pressione esercitata dai popoli germanici, alla disgregazione della civiltà romana.

Nel 476 il goto Odoacre depone l’imperatore Romolo Augustolo diventando il primo re barbarico in Italia.

La chiusura dell’Accademia (529) ad opera dell’imperatore d’Oriente Giustiniano segna il passaggio dalla filosofia antica a quella cristiano-medievale. Nello stesso anno a Montecassino viene istituito l’Ordine dei benedettini, il primo ordine monacale. Da quel momento i monasteri assumono il ruolo di conservazione e diffusione della cultura, oltre a rappresentare dei centri spirituali.

Con la diffusione del cristianesimo avviene un cambiamento nella filosofia. Le riflessioni dei filosofi vertono ora sia sulla vitalità della ricerca razionale propria della filosofia greca sia sulla necessità di formulare in modo strutturato il nuovo credo religioso, consolidandolo e difendendolo dagli attacchi dei pagani e dalle eresie. E’ quanto fanno i cosiddetti Padri della Chiesa , intellettuali cristiani vissuti tra il II e l’VIII secolo, che per favorire il diffondersi del cristianesimo tra le classi colte tendono a sottolineare la continuità con il pensiero pagano. Fra gli esponenti della Patristica un ruolo fondamentale è svolto da Agostino di Ippona, sia per la profondità della sua riflessione filosofica che per la dimensione esistenziale che la contraddistingue.

I primi Padri della Chiesa

Il cristianesimo non può essere considerato da nessun punto di vista una nuova filosofia. Tuttavia nei testi che costituiscono la base di questa nuova religione sono contenuti principi teorici, riguardanti soprattutto la metafisica e l’etica, che propongono alcune precise risposte ai temi filosofici già ampiamente trattati dalla filosofia greca. Molto rilevanti, in particolare, sono l’idea che Dio avrebbe creato il mondo dal nulla, il principio che sancisce la bontà e la provvidenza di Dio e la nuova morale dell’amore universale. Su questi temi si concentrerà l’attenzione dei Padri della Chiesa, il cui principale merito è l’aver precisato per la prima volta i contenuti della fede cristiana.

Questi temi costituiscono il nucleo centrale della cosiddetta patristica, l’insieme di scritti riconducibile all’opera di un certo numero di grandi intellettuali cristiani, i Padri della Chiesa, attivi sia nelle regioni orientali dell’impero romano che in quelle occidentali, tra il II e l’VIII secolo.

Il principale merito di questi autori è l’aver precisato per la prima volta i contenuti della fede cristiana attraverso una graduale ed instancabile opera di sistemazione teorica che la Chiesa ha poi fatto propria ed ha approvato ufficialmente.

Sin dall’inizio inoltre, l’elaborazione dottrinale messa in atto da figure come Tertulliano, Clemente Alessandrino o Lattanzio ebbe anche una finalità apologetica. La strutturazione teorica del cristianesimo contribuiva a metterlo al sicuro dagli attacchi dei nemici esterni, a preservarne l’unità e a chiarire le divergenze rispetto ai dogmi. Negli scritti di Origene e Giustino emerge anche una vera e propria speculazione cristiana. Alcuni concetti propri del cristianesimo, come la trinità divina, vengono messi a confronto con quelli elaborati dalle principali tradizioni filosofiche, in particolare del platonismo, dell’aristotelismo e dello stoicismo.

Il messaggio cristiano adotta strumenti e concetti propri di quella cultura pagana con i quali le classi colte avevano familiarità, e questo contribuisce all’affermazione del cristianesimo all’interno di queste classi.

Nascita e diffusione del cristianesimo

La nascita del cristianesimo avviene in un periodo di particolare fermento religioso. Alla religione pagana si aggiungono nuove forme di culto, che a volte si sostituiscono alla religione pagana in quanto maggiormente orientate alla salvezza individuale. La maggior parte di queste religioni proveniva dal vicino oriente, e il cristianesimo non fa eccezione. Il dato eccezionale è la straordinaria espansione che il cristianesimo conobbe in tutto il mondo allora dominato da Roma. Non è possibile stabilire con certezza la nascita di Gesù perché le fonti propongono dati storici incongruenti, ma è possibile affermare al di là di ogni ragionevole dubbio che un uomo ebreo di nome Gesù visse in Palestina durante i primi decenni di quella che in seguito venne detta l’era cristiana.
Dopo la sua morte, tra le comunità dei primi fedeli sorse una controversia tra quelli che sostenevano che l’insegnamento di Gesù fosse uno sviluppo interno alla religione ebraica e quelli che invece vedevano in esso l’inizio di una nuova religione, ossia una promessa di salvezza rivolta a tutti i popoli del mondo. Questa controversia fu risolta in favore della seconda soprattutto ad opera di Paolo di Tarso che si incaricò in prima persona di una instancabile opera missionaria.

Nacquero così le prime comunità cristiane, nel Vicino Oriente, nell’Anatolia, in Grecia e anche a Roma. Per quanto il cristianesimo si rivolgesse prevalentemente agli strati più bassi della popolazione, non si registra una sua diffusione differenziata per classi. Un ruolo importante per la diffusione di questa religione è anche attribuito agli eserciti romani, che durante i loro spostamenti trasmisero la nuova fede.

Ciononostante i rapporti con le autorità politiche di Roma furono all’inizio conflittuali. Alcuni imperatori lanciarono contro i cristiani vere e proprie persecuzioni.

Inizialmente si diffuse la diceria che i cristiani praticassero sacrifici umani, attraverso una interpretazione superficiale dell’eucarestia. Ma la raffinata cultura giuridica romana era in grado di distinguere, come è documentato da uno scambio di lettere tra Plinio il giovane e l’imperatore Traiano, tra il pregiudizio e l’atto criminoso accertato. Tuttavia ciò non fu sufficiente a mettere al riparo i cristiani dalla ricorrente ostilità del potere costituito.

Essi infatti, come gli ebrei veneravano un ‘dio geloso’, non disposto ad accomodarsi tra gli altri dei nel pantheon romano, e legava il cristiano ad una legge che in certi casi era per lui più forte di quella dello Stato. Il cristianesimo venne quindi percepito dai magistrati romani come una potenziale minaccia per l’equilibrio socio-politico.

Questo problema fu definitivamente risolto nel 313 con l’editto di Costantino, che concedeva ai cristiani libertà di culto e successivamente dall’imperatore Teodosio che con l’editto di Tessalonica del 380 istituì il cristianesimo come religione di Stato.

Se da una parte ciò mise fine alle persecuzioni, dall’altra generò una pericolosa confusione tra politica e religione che travagliò per molti secoli la storia dell’Europa.

Anche sul piano culturale i rapporti tra cristiani e pagani non furono facili. La predicazione di Gesù cadeva in un mondo che aveva già conosciuto parecchi secoli di raffinata speculazione filosofica.

Ciò che appariva scarsamente accettabile da molti intellettuali pagani era il culto esclusivo di una verità assoluta proclamata più con la forza che con la paziente, pacata e fallibile opera della ragione.

Con il passare del tempo un numero sempre maggiore di intellettuali si diede da fare per comporre questo dissidio, mostrando l’ausilio reciproco che poteva derivare da un rapporto non conflittuale tra fede e ragione. Proprio da questi tentativi nacque, secoli dopo, la filosofia cristiana.

 

Il Nuovo Testamento e i Vangeli

Nuovo Testamento è il titolo convenzionale che viene dato a un insieme di scritti composti nel I sec. d.C. in cui sono esposti gli eventi principali della vita di Gesù, i contenuti del suo insegnamento e i fondamenti della fede e della dottrina cristiana.

Questo titolo pone il Nuovo Testamento in relazione con quello Antico, dal momento che i primi cristiani considerarono la loro religione come un proseguimento e completamento di quella ebraica, e dunque consideravano l’intera Bibbia, comprensiva di Antico e Nuovo Testamento, come testo sacro, direttamente ispirato da Dio.

Dopo la morte di Gesù molti discepoli sentirono il bisogno di mettere per iscritto la vita e l’insegnamento del maestro. Nacque così un insieme di scritto a cui si è dato il nome di Vangelo, ossia la “buona novella” da (eu, buono e angèlion, annuncio). Solo alcuni di questi Vangeli sono stati riconosciuti dalla chiesa cristiana. Sono i vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni. I primi tre sono detti sinottici perché all’interno di essi è leggibile un punto di vista comune, che fa pensare che siano stati composti a breve distanza l’uno dall’altro.

I Vangeli sono scritti in un greco ricco di barbarismi e piuttosto primitivo nella sintassi, e ciò denuncia la modesta levatura culturale degli autori. Sermo piscatorius, ossia linguaggio del pescatori, è l’espressione sarcastica coniata dai latini per indicate la lingua dei Vangeli. Per molti pagani ciò indeboliva l’interesse per questi scritti, perché essi non potevano ammettere che la verità su Dio, a lungo cercata dalle menti più profonde e brillanti della civiltà greca, fosse contenuta in pochi scarni libretti redatti da uomini senza cultura.

I Vangeli, pur non essendo da nessun punto di vista testi filosofici, contengono una serie di dottrine riguardanti alcuni temi classici della ricerca filosofica, su cui il pensiero greco si era esercitato per secoli. Il modo evangelico di trattare questi problemi introdusse elementi nuovi, che con il tempo avrebbero avuto una influenza crescente nella filosofia, contribuendo a determinare il tramonto del pensiero greco-pagano e la nascita di quello medievale e moderno.

Di seguito una breve analisi di alcuni di questi elementi.

Il dio cristiano

Cristo considerava la sua opera in stretta continuità con quella del dio biblico descritta nell’Antico Testamento. Fa spesso riferimento ad Abramo e ai padri del popolo ebraico e tenta di mostrare che le sue azioni rappresentano la conferma delle profezie annunciate nella Bibbia.

E’ dunque chiaro che la teologia dei Vangeli ingloba e sviluppa quella della Bibbia, con particolare riferimento alla Genesi. Su questi temi si era già prodotto un confronto tra la filosofia pagana e la religione ebraica, ad esempio con Filone di Alessandria.

Nel racconto della Genesi, tuttavia, c’è un elemento che per il pensiero pagano sarebbe stato sempre inaccettabile: l’idea che Dio crei tutto dal nulla. Infatti la filosofia greca restò sempre fedele al principio di Parmenide, secondo il quale l’essere non può non essere e non è possibile un passaggio dal nulla all’essere e viceversa: il concetto di “creazione” è per i filosofi greci inintelligibile e assurdo. Con lo sviluppo del cristianesimo questo nodo diventerà sempre più difficile da sciogliere.

La piena potenza del creatore inoltre, conferisce alla divinità un arbitrio assoluto sulla realtà e sul modo in cui essa è conformata: tutto diepende, infatti, dalla libera volontà di Dio, che ha foggiato la natura secondo i suoi desideri. Di conseguenza l’autonomia della natura risulta compromessa. Se la filosofia ha il compito di studiare la realtà, le sue manifestazioni e le sue cause, l’idea che tutto dipenda da Dio fa svanire, in un certo senso, il suo oggetto e la filosofia viene assorbita dalla teologia. Ma le caratteristiche del dio ebraico-cristiano rendono difficile la possibilità di una teologia filosofica: se Dio è potenza creatrice e arbitrio assoluto, studiare razionalmente la natura di Dio come se fosse un qualsiasi altro ente naturale non ha molto senso.

Non c’è infatti alcuna regola alla quale Dio sia sottoposto, quindi il teologo dovrà limitarsi a studiare quello che Dio ha scelto di rivelare.

Inoltre la teologia dei Vangeli arricchisce quella biblica con elementi nuovi, particolarmente ostici per la ragione greca.

Un dio che muore sulla croce tra indicibili sofferenze, già considerato scandaloso dagli ebrei, per i pagani è pura follia, come ci conferma Paolo di Tarso. Per quanto nel vangelo di Giovanni il ruolo mediatore di Cristo, per il cui tramite viene recuperata l’alleanza con Dio infranta da Adamo, è presentata in maniera non incompatibile con alcune dottrine filosofiche, in quanto Cristo è identificato con il Lògos, il crudo racconto della Passione non poteva essere ridotto in termini razionali. I greci infatti hanno sempre mantenuto il principio secondo cui gli dei sono immortali, impassibili, sempre e solo infinitamente beati, dunque la sofferenza e la morte sono incompatibili con il concetto di dio.

Ugualmente incompatibile con l’essenza della divinità, per i filosofi greci, è l’immagine di un dio che mostra interesse per l’uomo, fino a provare nei suoi confronti sentimenti umani come l’amore, la compassione, la pietà, la misericordia. Già il greco Senofane aveva polemizzato con un’immagine antropomorfa degli dei della religione olimpica. Il principio generale accolto dai filosofi pagani è quello per cui Dio non ha bisogno di nulla, dunque non si rivolge ad altro che a sé stesso, e non prende decisioni che modificano in qualche modo il suo stato e il suo giudizio.

Se Dio, a un certo punto, decide di creare il mondo, ciò significa che non è pienamente soddisfatto del suo stato, altrimenti se ne starebbe in quiete; e anche questo è in contrasto con la sua perfezione. L’idea di un dio benevolo non era del tutto estranea al platonismo, che però attribuisce al dio provvidente, il demiurgo, un rango inferiore rispetto a una divinità più elevata, impersonale nella sua essenza perfetta e nella sua condizione di quiete.

Verità e fede

Il solco tra cristianesimo e filosofia si allarga ancor di più se si prende in considerazione il tema della “Verità”. Nei Vangeli si tratta per molti versi di una parola chiave. Gesù proclama molto spesso che quanto dice è la verità, e di essere sulla Terra per donare agli uomini lo spirito della verità.

Ma se il dio biblico ha il problema di non essere obbedito,Cristo  ha il problema di non essere creduto. Si legge infatti nel Vangelo di Giovanni: «Perché non mi credete, se dico la verità?». Ma di quali mezzi dispone Cristo per farsi credere? Come scrive Paolo, se da una parte gli ebrei chiedono un segno, i pagani chiedono ragioni. Gesù offre qualche segno, ma delle ragioni vi sono nei Vangeli ben poche tracce.
Nel Vangelo di Giovanni Gesù invoca, a suffragio della verità che annuncia, la testimonianza del Padre suo che è nei cieli. Ma come può essere efficace la testimonianza di un dio lontano e invisibile? Da qui scaturisce il dramma personale di Gesù: non essere creduto e non disporre dei mezzi per suscitare la fede in modo infallibile. Gesù non è un filosofo, non ha argomenti razionali da proporre.

Il concetto evangelico di verità è dunque molto diverso da quello filosofico. La fede, nei vangeli, è indicata con il termine greco pìstis, che nella Repubblica di Platone viene normalmente tradotto con credenza ed ha come oggetto la pura opinione ponendosi, dal punto di vista dell’efficacia conoscitiva, su un piano molto inferiore rispetto ai gradi di conoscenza dell’ epistème e della sophìa.
L’idea di fondo è che la verità di Cristo si consegue con la credenza e non con l’esercizio della ragione. Tutto ciò rende possibile il fatto che la verità sia svelata ai poveri e ai semplici e tenuta nascosta ai dotti e ai sapienti. In tal modo i Vangeli conferiscono al loro messaggio una dimensione universale che la filosofia greca non avrebbe mai potuto avere, ma renderanno nei secoli a venire molto difficile il compito di conciliare la fede con la ragione, la religione con la filosofia.

 

Etica e felicità

L’antropologia dei Vangeli, ossia la descrizione che essi offrono dell’uomo, della sua natura e dei valori che davvero sono importanti agli occhi di Dio, costituisce forse la parte più innovativa del loro messaggio.

A prima vista Gesù si rapporta nei vangeli in modo parzialmente analogo a quanto l’etica socratico-platonica aveva fatto ne confronti della religione olimpica. Nell’Antico Testamento la morale ha spesso un carattere esteriore, fondato sull’esecuzione di determinate prestazioni e sull’osservazione dei precetti stabiliti. Già per Socrate e Platone è chiaro che nessun precetto formale ha rilevanza etica in quanto tale. Gesù la pensa più o meno allo stesso modo, laddove ad esempio dice che la legge del sabato non ha quel valore inflessibile che le attribuivano i Farisei, cioè quelli che sostenevano in maniera rigidamente ortodossa l’osservanza dei precetti della legge.

I Vangeli stanno ben oltre questo limite, realizzando una sorta di rivoluzione dello spirito contro la legge, le pratiche rituali, gli atti esteriori. Quello che conta, per loro, è la purezza del cuore e la bontà della disposizione spirituale.

L’uomo è un essere debole e soggetto all’errore, ma nessuna colpa è decisiva in quanto è sempre possibile ripristinare la pace con Dio tramite un moto di conversione interiore che rende meritevoli del suo perdono.

Ma forse il motivo più dirompente e originale nell’etica evangelica è la sua concezione dell’amore.

All’interno dell’Antico Testamento compaiono abbastanza spesso i termini ‘amico’ e ‘nemico’, al punto di far pensare che l’etica ebraica fosse simile a quella, tradizionale per l’uomo greco, confutata da Socrate nella Repubblica: nuocere ai nemici e far bene agli amici.

Solo con i Vangeli appare con chiarezza che occorre amare indiscriminatamente tutti, compreso chi ci odia. Nel Discorso della Montagna sono dichiarati beati, dunque riconosciuti nel loro irriducibile valore, individui appartenenti alle classi più disprezzate e più marginali del mondo antico.

Il saggio pagano ama l’altro uomo soprattutto per quanto di buono c’è in lui, dunque per la sua virtù, perché trova consonanza con lui nello sforzo comune di perfezionamento morale. Di conseguenza non c’è molto spazio per un amore rivolto all’uomo in quanto uomo. Allo stesso modo il saggio pagano può giungere a disprezzare la ricchezza e a sopportare povertà e malattia, ma non ad amare il povero perché povero, il malato perché malato. Questo amore, per il cristiano, è invece del tutto normale, non solo perché in ciascun uomo rifulge l’immagine di Dio, ma anche perché la buona novella ha riscattato, in primo luogo grazie all’esempio stesso di Cristo, il valore della sofferenza.

L’imperativo evangelico dell’amore infine non deve essere considerato come una sorta di precetto formale a cui Dio chiede di obbedire. L’uomo attraverso l’amore può conseguire la beatitudine. Dunque l’etica evangelica ha un carattere eudemonistico analogo a quello di tutta l’etica antica. La virtù, dunque la felicità, non è il risultato di uno sforzo di carattere prettamente intellettuale, ma l’effetto naturale di quell’amore di cui tutti, pur con le loro mille imperfezioni, sono capaci.

Paolo di Tarso

[continua man mano che scrivo]